L'Opinione

PUO’ UN CARNEFICE “BR” GIUDICARE IL “MESTIERE DELLE VITTIME” ?

A 40 anni dall’omicidio Moro, la Ex-BR Balzerani chiude la porta al dolore, degli altri.

Compagni che sbagliano: così qualcuno parlava dei terroristi, delle Brigate Rosse, per definirne la vicinanza di ideali, ma il rifiuto al “metodo di lotta” eversivo e terroristico. Poi dovette capire che non c’erano vie di mezzo, e che rifiutare quel metodo doveva anche richiedere rifiutarne il disegno e la comunanza.

 

CHI E’

Barbara Balzerani è stata, in quelle formazioni terroristiche, personaggio di primissimo piano, uno certo tra i più fermi, tra i più “operativi” delle Brigate Rosse nella fase più drammatica: dal 1975, dopo l’eliminazione dei primi fondatori (Curcio, Franceschini, Cagol uccisa in uno scontro a fuoco) fino al rapimento Moro ed anche oltre, per essere tra le ultime arrestate nel 1981, non dopo aver cercato di riorganizzare e traghettare parte delle BR nei nuovi “Comunisti combattenti”, con altro sangue, altro dolore, altra ostinata convinzione che lo “Stato Borghese” stesse per vacillare. Ma di fatto era tutto finito con la morte di Moro, l’eversione era stata rifiutata in blocco dalla società Italiana, ed anche le frange e le aree di “fiancheggiamento” da cui le BR traevano linfa e leve si era ritratta inorridita da quello che era voluto essere ed era stato “l’attacco frontale al cuore dello stato”, e che si era rivelato anche il “cuore” di una nazione, tanto da trasformarsi subito e nel tempo in uno dei più importanti “lutti collettivi” che l’Italia abbia mai vissuto, nonchè il declino definitivo di un progetto di “riconoscimento” della lotta armata.

 

 

PENTITISMO O CHE ?

Poi di fatto seguirono per tanti, tantissimi ex terroristi, brigatisti e non, di sinistra e non, i pentimenti (con tanto di nomi e circostanze che furono letali per tante sigle eversive) e le dissociazioni (rifiuto ma non collaborazione). Tanti, tantissimi che volevano chiudere più o meno in fretta i conti giudiziari e personali con quelle scelte.

La Balzerani seguì una sua strada, che nei fatti non era nè l’una nè l’altra ma una sua via, aperta già nel 1987 con una singolare scelta, condivisa con il suo ex compagno di lotta e sentimentale Mario Moretti (nonché deus ex machina dell’affaire Moro) e Renato Curcio (insomma le due anime più irriducibili della prima e seconda fase), di apparire in tv per sancire a parole la fine e la storicizzazione di un ciclo di lotte armate, quasi fosse un segnale a chi era ancora in armi (sparuti, sbandati ma non meno sanguinari gruppuscoli) che era venuta l’ora di capire che quella stagione si era conclusa in un fallimento programmatico e pragmatico.

Era un abiura ? Forse si, forse no: più una constatazione da capi sconfitti ma non pentiti, anche se, ovvio, servì ad una nazione intera a fare i conti con la fine di un’epoca di “piombo”, ed entrò nel dibattito sulla concessione di sconti di pena e reintegrazione sociale di tanti e tanti terroristi detenuti da anni, che alla maggior parte della classe politica, anche quella che più oltraggi aveva subito, parve cosa ormai maturata e doverosa.

 

 

LA STRANA VIA DELLA COSCIENZA

Dopodichè, però, difficile svelare come si arriva da una ammissione maturata nel successivo 1993 che suonava come una revisione umana di certi crimini a sangue freddo se la Balzerani dichiarava “ … un profondo rammarico per quanti sono stati colpiti nei loro affetti a causa di quegli avvenimenti e che continuano a sentirsi offesi ad ogni apparizione pubblica di chi, come me, se n’è reso e dichiarato responsabile”,  fino invece alle frasi in certo senso inesplicabili e urticanti, a metà tra scherno aperto e saccente voglia di richiudere nuovamente, a 40 anni dai fatti di Moro, e a 30 dalla dichiarazione di “cessate il fuoco” terroristico, i conti, non con la storia, stavolta, ma addirittura con le vittime.

E si, proprio così, perché rieccola al suo sesto libro, a pochi anni dai benefici che la rimettono in libertà nel 2011, compresi nella Legge Gozzini (vituperata per gli sconti di pena, anche se molti dimenticano è la stessa della 41-BIS, del carcere duro dei mafiosi al limite dei diritti umani).

Libera, tra l’altro, anche di tenere presentazione dell’ultima fatica letteraria in quel di Firenze al centro sociale Cpa organizzato dalla Libreria Majakovskij, e in una data da far strabuzzare gli occhi: 16 marzo 2018, quarantennale preciso del rapimento dello Statista DC, affatto casuale ma quasi da zampino del diavolo. Libera anche, la Balzerani, per l’occasione di affondare ,nella carne della storia, le unghie già affilate qualche tempo prima.

 

L’ANTEFATTO

Qualche settimana prima in cui la Balzerani su facebook aveva e si era chiesta ironica “Chi mi ospita per i fasti del quarantennale?” Alludendo ad un certa insofferenza per il rinnovarsi di un ricordo collettivo, di un anniversario nazionale come “giorno della memoria” di un evento che fu davvero, non-fasto, e di svolta epocale: la politica del compromesso tra DC e PCI tramontò, lo scontro tra “trattativisti” ed inflessibili alla apertura alle richieste BR marcò le distanze soprattutto tra partiti a sinistra e dentro lo stesso partito Democristiano in cui, ancora, le lettere straziate e angosciate di Moro lasciarono uno strascico di sotterranei sospetti e rancori che fu durissimo a morire e ne condizionò l’anima.

A quelle parole aveva replicato subito non la pubblica opinione ma sul “Il Corriere” un privato signore di tutto peso, Raimondo Etro, ex brigatista, anche lui con la Balzerani nella organizzazione logistica dell’operazione “Fritz” (nome in codice per via Fani) che non perde tempo e fiato e le impone di: “ “tacere semplicemente in nome dell’umanità verso le vittime, inclusi quelli caduti tra noi…” e continuando “ .. provo vergogna verso me stesso…e profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice”, ed infine trascinando la stessa Balzerani in un vortice maledetto senza scampo “Il silenzio sarebbe preferibile all’ostentazione di sé, per il misero risultato di avere qualche applauso da una minoranza di idioti che indossano la sciarpetta rossa o la kefiah. Ci rivedremo all’Inferno”.

 

L’AFFONDO

Era passato pochissimo quindi da quelle icastiche parole, sembra peraltro ritirate e cancellate, che la Balzerani ci ripensa e sente il bisogno di rincarare il giudizio, la forma, e la dose passando dal commento sulla ricorrenza a quello sulle vittime del terrorismo, ree, secondo la sua riflessione, di aver assunto, col pretesto del dolore, un diritto alla parola esclusiva sui fatti degli anni di piombo. Più precisamente, nelle stanza attonita, supponiamo, e per questo, speriamo, incapace di reazione di Firenze, ella riterrebbe che ““c’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te”.

Un modo molto singolare, ancora una volta, di chiudere i conti con la storia, la storia fatta e scritta col sangue di padri , mariti e figli, e dal dolore dei sopravvissuti. Una maniera “stramba” di rimarcare una personale visione storiografica e filologica, per la quale il monopolio della parola e del giudizio etico, sociale, ma anche storico non può essere esclusiva di chi ha subito, ma anche di chi ha inflitto, del combattente indomito che rivendica per sè un ruolo politico che non può essere “silenziato” dalle parole e forse nemmeno dal silenzio imposto dal “buon senso corrente”, o dalla richiesta di rispetto dei morti.

 

 

LE REAZIONI

Ovvio che siano seguiti copiosi i commenti indignati, da quelli più sferzanti a quelli più equilibrati, del mondo politico, delle associazioni, e saremmo fastidiosi a continuare l’elenco. Di certo le reazioni più misurate e ragionate vengono ancora una volta da coloro che più direttamente hanno provato sulla pelle quelle ferite. E’ stato il caso di Maria Fida Moro, da sempre in una sua dignitosa, controversa e personale battaglia a guardia del ricordo politico e familiare del padre Aldo. Ma piuttosto che riportare, un pò meccanicamente e pedantemente le citazioni e i virgolettati dei tanti, vogliamo finire con quelle che riteniamo una summa delicata, dignitosa e accorata alla stesso tempo, dell’adoratissimo Luca, nipote dello statista Moro, citato con grande tenerezza da questi nell’ultima delle disperate lettere dallo sprofondo del covo, quando forse si era già arreso, o lo “avevano” arreso, all’infame ineluttabilità dell’esecuzione. Dice Luca Moro: “Noi non abbiamo scelto di essere vittime e non ne abbiamo fatto un mestiere. Voi avete scelto di fare i brigatisti e di piombare nelle nostre vite distruggendole – cosa di cui avremmo fatto volentieri a meno – negli ultimi quaranta anni avete avuto lo spazio, la voce e la visibilità. Cose che a noi sono state negate… Sembra che l’esperienza di essere a contatto con Aldo Moro in quei cinquantacinque giorni non abbia insegnato niente né a lei né ad altri… L’unica cosa saggia che le rimarrebbe da fare sarebbe il silenzio, farebbe una figura migliore come essere umano”.

Lasciando molto poco a quello che si può aggiungere, credo.

 

di Claudio Guarino

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